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LA CHIESA MADRE

 
 

Nell’anno 1766, secondo le memorie di storia patria locale, nelle immediate vicinanze di uno spiazzo forse denominato “platea”, sul quale fino ad alcuni secoli prima si apriva la Porta dè Carri, su un’area di circa due mila metri quadrati, iniziarono i lavori di ampliamento della chiesa parrocchiale di Santa Maria dè Platea. Essa, unica parrocchia di Terranova fino a quel tempo, sicuramente minacciava rovina sia per le ultime e gravi lesioni riportate durante il disastroso terremoto del 1693, che colpì diverse zone dell’isola (anche se qui arrivarono solo gli effetti ultimi ed attenuati delle onde sismiche), sia anche per vetustà: la chiesa infatti era stata edificata cinque secoli prima, nella prima metà del XIII secolo.
Dal ritrovamento di diversi ruderi, risalenti al periodo greco di Gela, avvenuto qualche secolo fa sulla nostra piazza principale, come riferirono Salvatore Damaggio Navarra e Mario Aldisio Sammito in alcune loro pubblicazioni di storia patria nel secolo scorso, si può supporre che la chiesa di Santa Maria dè Platea occupasse lo stesso sito di un tempio greco, di cui, come prospettarono altri autori di storia patria, alcune colonne furono integrate nelle strutture portanti della stessa chiesa e addirittura, notizia da considerare però col beneficio d’inventario, successivamente incorporate nel nuovo edificio, in particolare nelle pareti dell’altare maggiore e in alcuni pilastri della navata centrale dove dovrebbero trovarsi tuttora.
Artefice dell’inizio di quell’ampliamento fu il parroco della stessa chiesa, l’arcidiacono Salvatore Ridacchi (m. 1777), il quale con il concorso del popolo ne affrondò le spese. Fu sempre durante il suo ufficio che al di sotto del pavimento della chiesa furono ricavate delle cripte, per il seppellimento, di regola persone che in vita appartenevano a famiglie nobili o ad ordini religiosi. Alcune di queste cripte furono messe in luce e poi subito murate durante i lavori di restauro e consolidamento della chiesa Madre intorno al 1970, in particolare una di esse fu individuata sotto la cappella della Passione, grande quando la stessa cappella, ed un’altra vicino all’ingresso sud della chiesa, dove furono anche rinvenuti due cadaveri mummificati, forse quelli del barone Alessandro Mallia e del figlio Andrea, vissuti nel Settecento, appunto tumulati nella chiesa. Nel perimetro esterno dell’edificio esisteva un’area cimiteriale larga circa dieci metri, dove veniva seppellita gente comune, delimitata da una serie di fabbricati demoliti tempo dopo il 1848.
Dopo tredici anni dall’inizio dell’ampliamento, cioè nel 1779, (nel frattempo al parroco Ridacchi succedette il 5 aprile 1778 l’arcidiacono Antonio Iacoponelli Navarra (1720 – 1779) ancora la navata centrale della nuova chiesa non era nemmeno completata; bisognò aspettare fino al 1784 per vedere il suo completamento, come testimonia uno stemma posto alla sommità della parete dell’ingresso principale subito sopra le canne dell’organo, in cui si legge DIVINA PROVIDENTIA MIRACULUM.
Nel 1788 “… per ingrandire di altre due arcate il tempio maggiore”, vennero demoliti alcuni fabbricati appartenenti all’oratorio del SS. Sacramento, costituito da una confraternita di cittadini denominata dei Bianchi, limitrofi alla stessa chiesa. Artefice fu l’arcidiacono Giovanni Mallia (1737 – 1799), succeduto fin dal 14 agosto 1779 al parroco Iacoponelli. Oltre ad edificare l’abside e la cupola, l’arcidiacono Mallia adornò nel 1794 la chiesa di stucchi, in dorature e dipinti, due dei quali, l’Assunta e S. Francesco Saverio, opere del Tresca, rispettivamente del 1786 e del 1792. in particolare il dipinto citato dell’Assunta fu messo nell’altare maggiore al posto della tavola dipinta del XVI secolo, raffigurante il Transito di Maria, attribuita ad Antonello il Panormita.
La chiesa così completata, seppure non definitivamente, fu riaperta al culto nello stesso anno 1794, dopo ben 28 anni dall’inizio dei lavori di ampliamento. La facciata della chiesa verso la fine del Settecento era ancora incompleta, mentre il campanile, che Vito Amico nel suo “Lessico Topografico Siciliano” definì “cospicuo”, era ancora quello della vecchia chiesa di Santa Maria dè Platea; il Candioto, storico terranovese dell’epoca, scrisse pure che tale campanile possedeva un orologio che cessò di funzionare dopo il già citato terremoto del 1693.
Per vedere la chiesa dell’Assunta definitivamente completata bisognò aspettare il nuovo secolo, il XIX. L’arcidiacono Giuseppe Licata (1748 – 1817), subentrato il 13 dicembre 1799 al parroco Mallia, infatti arricchì e completò la chiesa di suppellettili. Lo stesso arcidiacono, inoltre, nel 1817 ottenne con bolla pontificia 25 settembre dello stesso anno da papa Pio VII l’erezione di una Insigne Collegiata secolare composta da quattro dignità capitolari, arcidiacono, decano, ciantro e tesoriere, quattordici canonici con cappamagna di seta di ermellino e dodici mansionari con almuzia nera ovvero una veste ecclesiastica costituita da una mantelletta di pelliccia, scendente lungo la schiena fino alla cintola, con cappuccio.
Alla morte del parroco Licata avvenuta il 19 dicembre 1817, seguì nelle stesse funzioni l’arcidiacono Luigi Mallia (1774 – 1859). Fu durante il suo ufficio che la chiesa dell’Assunta o chiesa Madre ebbe un contributo finalmente decisivo al suo definitivo ed ancor oggi immutato aspetto. Infatti, egli, definito da S. Damaggio Navarra in “Terranova Sacra” “… splendido esempio di munificenza… “, contattò in una prima fase di lavori l’architetto terranovese Emanuele Di Bartolo per un progetto con relativa messa in opera di un nuovo campanile (il vecchio oramai era troppo vetusto e in più lesionato) che si adeguasse meglio dal punto di vista architettonico alla struttura della nuova chiesa. Il campanile venne realizzato nel 1837 con un risultato mirabile: imponenza e sobrietà, finezza di linee e peculiarità di forme. In una seconda fase di lavori venne contattato sempre dallo stesso parroco Mallia un altro architetto, parente del primo, forse il nipote o addirittura il figlio, l’allora giovane Giuseppe Di Bartolo Morselli (1815 – 1865) con il compito di progettare la facciata della nuova chiesa. Il credo artistico del Di Bartolo, basato sugli elementi architettonici dell’arte classica, da lui stesso esposto in un opuscolo del 1858 nonché l’origine greca della sua città natale, gli fecero elaborare un progetto di facciata in stile neoclassico, in cui fuse in un unico contesto architettonico il prospetto del tempio pagano greco e quello cristiano, quasi a voler dare una continuità millenaria alla fede religiosa del popolo. Scriveva giustamente a tal proposito Mon. Gioacchino Federico in “La diocesi di Piazza Armerina”: “… i ruderi dell’antichità classica dei tempi di Demetra e Core, espressione di civiltà millenaria, assorbita, perfezionata ed elevata all’ordine soprannaturale della civiltà cristiana…”. Il prospetto della chiesa Madre fu completato nel 1844. Per la sua realizzazione furono usate le pietre di tufo calcareo giallo delle cave di Gela ellenica, e sicuramente, per ricordare tale origine greca, un frammento, forse un pezzo del fregio, di rudere del tempio di Athena di contrada Molino a Vento, venne volutamente incorporato nella fabbrica della stessa facciata, in un punto facilmente visibile, e precisamente alla base del pilastro cantonale di sinistra della chiesa. Quindi a nostro modo di vedere è errata l’opinione popolare che la facciata della chiesa Madre di Gela sia stata costruita con le pietre e le colonne del già citato tempio di Athena. Si ricordi che già alla fine del Settecento tutti i ruderi ellenici della città di Gela, ancora rimasti visibili, furono completamente smantellati per ricavarne pietra di costruzione, come già sei secoli prima era successo per l’edificazione di Terranova.
Ritornando ancora sulla facciata della chiesa Madre riferiamo di due particolari che tuttora ci rendono perplessi: sono le porte ai lati di quella centrale e i due complessi statuari della Fede e della Carità, quest’ultimo ridotto alla sola base dopo la caduta delle sue statue avvenuta in una giornata di vento verso le 13,15 del 31 Marzo 1981, sopra le navate laterali; per le prime non siamo riusciti a capire con sicurezza, nonostante l’osservazione di cartoline d’epoca che ritraggono la facciata della chiesa, e la lettura di diversi carteggi sull’argomento reperiti nel nostro archivio comunale, se tali porte furono mai adibite realmente ad ingressi mentre per i secondi non abbiamo notizie né dell’autore ne del periodo in cui sono state realizzate.
L’8 dicembre del 1861 nuovo parroco della chiesa Madre fu eletto l’arcidiacono Gioacchino Gurrisi (1823 – 1904), succeduto al Mallia deceduto l’8 gennaio 1859. Egli tra l’altro rifece il pavimento della chiesa facendo sostituire i mattoni di terracotta smaltati con lastre di marmo. Dopo la sua morte gli succedette nelle stesse funzioni il fratello arcidiacono Salvatore il quale rimase in carica fino al 1910, anno della sua morte.
Nello stesso anno 1910 alle funzioni di parroco della chiesa Madre seguì l’arcidiacono Nicolò Mauro (1857 – 1925), il quale fu artefice di un lungo periodo di lavori di restauro all’interno dell’edificio. Nel 1925 gli succedette l’arcidiacono Francesco Capici (1881 – 1937), si devono a lui la costruzione della casa parrocchiale in continuità con la struttura della stessa chiesa e, nel 1930, l’utilizzazione della piazzetta a nord della chiesa, dove esisteva un orinatoio pubblico, in giardinetto
Dal 1934 al 1936 nella chiesa furono eseguite le decorazioni della cupola e ripristinati gli stucchi delle navate con applicazioni in oro zecchino: autore di tale lavoro fu l’artista concittadino Matteo Peritore. Al Parroco Capici succedette nel 1937 l’arcidiacono Antonino Li Destri (1870 – 1952) ricordato per l’ampliamento della citata casa parrocchiale, la cui realizzazione, però, causò la copertura di buona parte delle strutture architettoniche laterali dell’abside e del transetto della chiesa nonché di parte del campanile. Sempre durante l’ufficio di questo parroco il 21 dicembre del 1944 la chiesa Madre fu solennemente consacrata dal vescovo diocesano Mons. Antonino Catarella.
Nel 1953 al parroco Li Destri succedette l’arcidiacono Gioacchino Federico (1908 – 1982), sacerdote di grande cultura, artefice, dal  1953 al 1976, assieme al fratello Sac. Francesco e col concorso del popolo, di una onerosa opera di restauro della chiesa, dalle fondamenta alla cupola. Durante il suo ufficio il 19 settembre 1954 venne incoronata l’effige bizantina della Madonna dell’Alemanna dal Cardinale Clemente Micara su decreto 30 luglio dello stesso anno del Capitolo Vaticano.
Al parroco Federico, morto il 30 novembre 1982, succedette l’attuale Mons. Grazio Alabiso al quale già va il merito di portare avanti un progetto per la ristrutturazione della casa parrocchiale, peraltro in precarie condizioni di stabilità, tendente non solo a ridistribuirne razionalmente gli ambienti con la realizzazione anche di un seminterrato, ma anche di rimettere in luce le già citate strutture architettoniche dell’abside e del campanile.
La chiesa Madre, eretta a tre navate con cupola e torre campanaria in direzione ovest-est a partire dal 1766, intitolata a Maria Santissima Assunta in Cielo, presenta una pianta a croce latina con schema basilicale. “… La navata centrale si eleva in uno slanciato ordine d’ispirazione composita, con alti capitelli alla sommità di paraste scanalate; e la volta, divisa in cinque campate, con decorazione a stucco bianco e dorato, che nel catino dell’abside si fa ricca nei suoi scomparti, per composizione di ornati ed effetto cromatico, riceve luce abbondante e festosa da undici ampie finestre, riflettendola in tutto l’interno”.
“Le navate laterali, divise in cinque campate con cupolette semisferiche impostate su pennacchi sferici, dove prima formavano altrettante cappelle.
La chiesa è stata ultimamente ristrutturata a cura di Mons. Grazio Alabiso cui ha dato un volto nuovo alla chiesa togliendo tutte le statue, tranne quella del cuore di Gesù che si trova nella navata di destra, sostituendole con delle bellissime pale, inoltre sono state vivificati i pilastri , le volte ed il tetto con applicazioni dorate su sfondo bianco che hanno dato al Tempio una nuova freschezza e luminosità particolare.
Gli altari laterali che si trovavano sulle navate laterali sono stati tolti, tranne per le cappelle laterali dedicate al Sacro Cuore di Gesu e quello sotto la Pala della Dormitio Virginis.
“… La facciata principale, di composizione architettonica articolata in doppio ordine sovrapposto, fortemente rilevato al centro in corrispondenza alla navata centrale, con colonne aggettanti per tre quarti, con ordine dorico greco al piano inferiore, e ionico al superiore, dove spiccano il frontone adornato di acroteri, e la croce che domina, …”.
“Il neoclassico della facciata principale ha una caratteristica tutta propria, nel senso che tutta la composizione non si adagia su rigidi schemi, ma è vivificata da aggetti carnosi e chiaroscuri accentuati.”
“Due profonde nicchie nel piano superiore, dove sono collocati due vasi, contribuiscono a dare alla facciata una nota di gaiezza”.
Subito sopra gli architravi delle due porte laterali della facciata esistono due riquadri che incorporano due lapidi.

Fonte: Nuccio Mulè

 

 

ORIGINE DELLA CHIESA
 

Stavano presso la croce di
Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di
Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e li
accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla
madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”.
Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”.
E da quel momento il
discepolo la prese nella sua casa.

Giovanni 19, 25 - 27