A vignigna
Nel territorio gelese, un quarantenni fa, le varietà di uva note erano ben poche così come più diffuso era l'impianto del vigneto ad alberello, il famoso “zuccu”, che, a seconda della contrada, dava una produzione, qualitativamente che quantitativamente, veramente ottima. Molti erano i vigneti con uva da mosto e con due o tre varietà di uva da tavola come “a muscatedda-guglienda”e qualche altra varietà, cioè, moscatello-guglienca etc., varietà bianche dolcissime. La vendemmia, da sempre, avviene nel mese di settembre, dopo a “Maronna” cioè dopo la festa di Maria SS. Dell'Alemanna; i contadini muniti di “tagghiaturi” cioè un corbello fatto di strisce di canna, lo riempiono con grappoli tagliati girando per i filari del vigneto, vanno a rovesciare i grappoli del cofano “u tagghiaturi” nella tina, che si trova sul carretto e trasportano tutto il prodotto o “palamentu” cioè al palmento. Qui l'uva veniva pigiata con i piedi ed il mosto si lasciava nelle fosse per dodici, ventiquattrore a seconda se si desiderava avere un vino più o meno rosato, nero o nerissimo.
Uno degli uomini addetti alla pigiatura si doveva calare continuamente nella “fossa del mosto”, per girare tutta l'uva pigiata, molto spesso “u pistaturi” cioè l'uomo che pigiava l'uva, scendendo per rigirare il prodotto vi lasciava la vita per la forte esalazione di anidride carbonica, che si verificava. Una volta sfossato il mosto veniva trasportato con “l'utra”, cioè gli otri di “lona”, cioè olona, in casa dei produttori e messo nelle botti, ch'erano preparate in tempo per ricevere il mosto.
E' ancora oggi consuetudine di molte famiglie, farsi portare a casa “'na lancedda” cioè un otre di mosto per farne un decotto molto concentrato, che si chiama “vinucottu”. Con questo vino cotto nel periodo natalizio le nostre donne preparavano molti dolci come i “mastazzola” cioè i mostaccioli oppure veniva somministrato come spettorante. Oggi i “Palmenti” sono scomparsi per come erano prima e cioè non impiegano, per pigiare l'uva, l'uomo ma la macchina, che fa tutto e sono rare quelle famiglie, che continuano a fare “u vinucottu”. Ma “l'undici novembri ppì San Martinu ‘ncanniddammu a vutti e ‘nni vivemmu u vinu”, cioè l'undici novembre per San Martino si mette la spina nella botte e ci beviamo il vino.
Fonte: Rosario Medoro